Anno di violenze e congiure, la “Capitale del Mondo” fu campo di battaglie private e pubbliche; teatro di complotti ed intrighi: pretoriani e senatori, legionari e gladiatori, filosofi e letterati, schIavi e liberti, vestali e prostitute, maghi e fuorilegge.

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"SEPOLTA VIVA - LA VESTALE " - Marco il Tribuno

Le tenebre avevano quasi avvolto ogni cosa, complici di delitti e malefatte, quando la biga raggiunse la sua destinazione;  l’Agger   Sceler...

giovedì 2 luglio 2015

LA DECIMA LEGIONE - Milos il Gladiatore





Correva l’anno 882-883. il 68-69 dell’era cristiana: l’anno più lungo di tutta la storia dell’Antica Roma, che vide la cruenta fine di quattro imperatori.
Anno di violenze e congiure, la “Capitale del Mondo” fu campo di battaglie private e pubbliche; teatro di complotti ed intrighi: pretoriani e senatori, legionari e gladiatori, filosofi e letterati, schiavi e liberti, vestali e prostitute, maghi e fuorilegge.
Fu anche l’anno in cui il Cristianesimo, approdato a Roma assieme a molti altri culti orientali, metteva i primi germogli, pur tra sospetti, speranze e persecuzioni.
Intrappolati nelle maglie delle tante manovre civili, politiche e militari, si trovarono anche il tribuno Marco Valerio e il centurione Fabio, il filosofo Lucilio e il  pedagogo Cleonte, i gladiatori Milos e Seilace e il taverniere Trebonio, la vestale Ottavia e la prigioniera di guerra Tracia, il piccolo fuorilegge Aquilinus e la giovane ereditiera Livilla, l’ostaggio Lucilla e tanti altri ancora.
Uno spaccato di vita nella Roma d’epoca imperiale 

giovedì 23 aprile 2015

L'INFANZIA NEGATA



 Quel colosso, o più esattamente, il possente torace, era diventato la nuova tana di Aquilinus. L'aveva scoperta quasi per caso e subito adottata. C'era un'apertura sul retro del polpaccio della gamba sinistra: stretta e bassa, ma sufficiente a farvi passare un uomo.
Aveva visto un giorno un operaio infilarsi e scomparire al suo interno e da quel momento, quel simbolo di potere e grandezza imperiale, era diventato la sua nuova "casa".

Inaspettata utilità della megalomania di un Cesare!
Ne aveva tante altre di tane sparse per la città. Tutte sotterranee, in fornici, cloache e cisterne, ma quella, che si elevava verso il cielo, lo appagava ed inorgogliva più di ogni altra.
Per il piccolo derelitto quella non era solamente una casa, non era solo il posto ove riporre refurtiva, ripararsi dal freddo, mangiare, dormire e non era neppure il luogo dove smaltire malinconie, sbronze occasionali e qualche lacrimuccia traditrice: quella era la rivincita contro la società che lo aveva ripudiato. Era la conquista. Era l'occupazione: scacciato ed emarginato, rifiutato e allontanato, egli si appropriava della cosa pubblica.
A Cesare, quell'ammasso armonioso di travi e legno ricoperto da lastroni di bronzo, serviva per realizzare un'idea di grandiosità e immortalità,, ma per il piccolo rifiuto della società era un rifugio contro il freddo, il fango, la neve, la pioggia, la notte, la gente!





"Per le Sacre Bevute di Bacco! - esclamò sentendo allontanarsi i passi del suo occasionale nemico - Ho temuto proprio che quell'impiccione scoprisse il mio rifugio. Ah!.. non è facile seguire le tracce di Aquilinus! Brutto cane rognoso di un cavapidocchi!.."
Un lungo sospiro, poi il ragazzo si mosse. Si arrampicò su per la scala a chiocciola che dall'interno della gamba portava fino al bacino dell'immensa statua. Qualcosa, però, ad ogni gradino che saliva, forse quel sesto senso, il senso della sopravvivenza, così sviluppato in ogni naufrago della vita, lo avvertì di non essere solo, là dentro. Lo mise in guardia.
Qualcuno aveva scoperto il suo segreto: qualcuno, di sopra, che aveva preso a tossire e che respirava così affannosamente da sembrare l'ansimare di un animale ferito.
Si compiacque con se stesso per aver conservato uno dei sassi e continuò a salire. Lentamente e con circospezione, ma decisamente. La sua faccetta infreddolita e imbronciata, riemerse all'altezza del bacino della possente scultura, sull'orlo del buco tenebroso della gamba. Là sopra non era così buio come di sotto. L'assemblaggio dei lastroni di bronzo permettevano una leggera penombra, sufficiente a vedere di dentro.

Prima di balzare su dalla botola, Aquilinus guardò a destra poi a sinistra e infine sopra la testa, ma non vide nessuno. Sentì ancora un colpo di tosse, nitido e violento.
"Chi c'è qui?" domandò sollevando la mano armata di sasso e cercando con l'altra, con la sicurezza di chi si muove in casa propria, l'asse di legno accostato a una sporgenza.
"Chi c'è qui?" ripeté la domanda.
Ora che la vista si era assuefatta all'oscurità, vide ben chiare due ombre emergere dall'oscurità.
"Sono io!" una voce timida e spaventata provenne dal fondo dell'antro.
"Io chi?.. Per la Siringa di Pan! Fatti vedere."
L'inatteso misterioso ospite avanzò di qualche passo.
"Fermo!... Fermo! Fermati! - il padrone di casa lo fermò con un gesto perentorio della mano armata di spranga - Fatti guardare un po'... Fa un po' vedere a chi appartiene la faccia di questo io!... Marcus!?" esclamò, quando un flebile raggio di luce, penetrando da una fessura, illuminò la faccetta dell'intruso.
"Sono io!"
"Sempre tu!...- sospirò Aquilinus, lasciando andare spranga e sasso - Cosa ci fai qui? Come hai fatto a scoprire questo nascondiglio?"
"Me lo hai detto tu!"
"Io?... E chi c'è lì con te?"
Qualcuno alle spalle del monello stava schiarendosi la gola.
"C'è Linus con me."
"Ah! Dovevo immaginarlo! Linus è l'ombra di Marcus. Per la Siringa di Pan! Ti porti dietro anche i clienti?" scherzava e, intanto che parlava, si muoveva all'interno dello scheletro di legno e ferro, gigantesco e tondo, come dentro una grossa botte cerchiata e attraversata da assi, spranghe, sostegni, catene, scale, corde.
Un ennesimo colpo di tosse, più forte e stizzoso ancora, gli fece rizzare nuovamente il capo e aguzzare la vista.
C'era un pagliericcio laggiù. Quattro assi di legno poggiate su due rientranze e un saccone di paglia, una coperta sdrucita e dal dubbio colore: il letto del padrone di casa.
"Altri ospiti? - domandò - Qualche piscialetto tuo amico?"
"Non un piscialetto. - spiegò Marcus con candore - Una ragazza."
"Una ragazza?...Una ragazza nel mio letto?... Per il Cinto di Venere!... Che cosa ci fa una ragazza nel mio letto? Perché una ragazza è finita dentro il mio letto?"
"Fuori fa freddo!"
"Lo so!"
"Ha ripreso a piovere."
"Ho visto!"
"Hai sentito come tossisce?"
"Ho sentito!"
"E' per lei che siamo venuti qui. Per metterla al riparo dal freddo e non aggravare la sua malattia di petto."
"Perché? Non ha una casa o un padrone?"
"Ma è proprio da lì che è scappata e..."
"Scappata? - lo interruppe ancora Aquilinus; il piccolo compagno di Marcus seguiva in silenzio il dialogo - E' una schiava in fuga?"
"No! - spiegò l'altro - Sua madre, così mi ha raccontato, vuole metterla in un bordello... In una locanda della Suburra e..."
Per la terza volta il piccolo brigante interruppe il suo protetto.
"E allora?... Non mi pare una sistemazione disdicevole. Cibo, abiti e un tetto sopra la testa per ripararsi dal freddo, l'avrebbe! No?"
"No! - l'altro ebbe una scrollatina di spalle - Lei dice che vorrebbe stare con i cristiani!"
"Uhhh!... Buoni quelli! Per colpa loro quasi mi beccavo un sacco di legnate, poco fa!"
"Io pure ho cercato di dissuaderla e le ho fatto..." tentò di spiegare Marcus ma per l'ennesima volta l'altro gli impedì di continuare.
"Avete fame? - domandò - Avete mangiato qualcosa?"
"Io ho fame! - interloquì infine il piccolo Linus, facendo spuntare un visetto sporco e un nasino arrossato, nell'angolo tra il braccio sinistro piegato e il fianco di Marcus - Io ho fame, signore!" ripetè
L'esile torace del piccolo brigante dei fornici si gonfiò di compiacimento e orgoglio a quell'epiteto: Signore! Lo sguardo acuto da animale da preda si caricò di improvvisa responsabilità!
"Tu resta qui con la ragazza. - ordinò a Marcus, col tono di chi prende le decisioni, poi puntando l'indice verso Linus - Tu invece verrai con me, ma prima proviamo a coprire questa ragazza." aggiunse all'ennesimo colpo di tosse dell'intrusa.
Aquilinus si tolse il mantello e con quello cercò di coprire la ragazza: troppo piccolo, però, per ripararla tutta.
"Ah!... Forse a Giove piace guardare le nudità di questa ragazza... Giove è fatto così...  ma Aquilinus non si dà per vinto." continuò, mettendosi alla ricerca, fra mucchi di cenci, di qualcosa con cui coprire la ragazza. che, silenziosa e immobile, lo lasciò fare; al petto stringeva con enrambe le mani un sacchetto legato al collo,
"Che cos'hai in quel sacchetto, Marcella?.. Ti chiami Marcella?" si incuriosì la piccola canaglia; non ebbe risposta.
"Pane! - fu Marcus a spiegare - Pane Sacro... Io credo."
"Che cosa significa? - Aquilinus aggrottò il ciglio - Si tratta, forse, di pane destinato a qualcuno di quegli Immortali oziosi e con la pancia già piena?"
"No! No! - s'affrettò a spiegare il piccolo - Si tratta di... ostia..."
"E che cosa sarebbe mai?"
"E' il pane sacro dei cristiani... fatto della carne e del sangue del loro Cristo..."
"Vuoi dire che si tratta di un pezzo di carne sanguinolenta?" fece il piccolo ladro dei fornici con profondo disgusto.
"Oh, no! - sempre Brutus, la ragazza continuava a tacere - E' farina di grano impastato con acqua..."
"... e non si può mangiare!... Ho capito! Sù Andiamo." disse infine, con un cospiro, lanciando un'ultima occhiata alla ragazza che lo gratificò con lo sguardo più riconoscente del mondo.
"Dove andiamo?" domandò Linus.
"A cercare del cibo, naturalmente. E a procurare qualcosa di caldo alla ragazza. Non ... non vorrai che mi muoia qui,,,  in casa mia! Sù! Andiamo, leprotto! Seguimi!"
Si apprestò ad uscire per procurare da mangiare ad una ragazza di cui non conosceva nome, né faccia.

brano tratto da   "LA DECIMA LEGIONE

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giovedì 5 marzo 2015

L'ULTIMA CENA del GLADIATORE






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La coena libera era un lauto pasto che veniva offerto agli atleti prima dei giochi nella Sala d’Armi del Ludus Gladiatorius.
Immensa e rettangolare, la sala era immersa in un’atmosfera triviale; grida, risate, bestemmie e parole oscene.
Il materiale da costruzione all’interno della sala, dalla pavimentazione alle tavole, dalle panche ai pannelli alle pareti, era vecchio legname ricavato da barche in demolizione dei porticcioli del Tevere. Appesi alle pareti, troneggiavano molti trofei: lance, schinieri, pugni di ferro e gladi, messi in mostra da atleti vincitori.
Seduti attorno alle lunghe tavolate, i gladiatori, belli, appariscenti, simili a semidei, si facevano servire da ragazze e matrone, che accondiscendevano volentieri alle loro spinte proposte.
“Suspirium puellarum.”  “Taurus Luxuriosus.” li chiamavano
Non solamente le donne deliravano, anche gli uomini se li vezzeggiavano, li lusingavano, li osannavano e facevano cadere oro nelle loro borse e cibo nei loro piatti: la marmaglia romana e il miglior patriziato si aggirava fianco a fianco tra le tavolate scrutando,  giudicando,  scommettendo, litigando.
“Dedobolo il Dacio è più forte di Sisto il Sannita.” affermava Caio.
“Il reziario Sabino non ha mai subito sconfitte.” replicava Tizio; al ché:
“E’ l’Ampsivaro Boiacolo a non aver mai subito disfatte.” ribadiva Sempronio e così, Bitini contro Sciti, Ampsivari contro
Armeni, Macedoni contro Epiroti, tutti scommettevano su tutti e le
puntate si facevano sempre più alte e i commenti più rissosi.
In verità c’erano anche atleti su cui erano tutti d’accordo: Seilace il mirmillone, Milos il trace o Spiculo il reziario.
“Per i Sacri Falò di Imbold! - una voce rabbiosa, di colpo, tacitò tutti - Dispater il Tenebroso vi cacci tutti nel vostro Averno!”
Era quella di Valentinus, un gladiatore gallo arrivato da tre anni nella scuderia di Crescens e Dispater era per lui quello che Plutone era per un romano: la sua sfuriata era un esplicito invito a tutti a farsi ammazzare.
Imponente, spalle larghe e quadrate, sguardo di brace che spostava sdegnoso dall’uno all’altro dei presenti, Valentinus prese posto sull’unico lettino rimasto vuoto.  Drusilio, medico personale, lo seguiva reggendo un catino pieno d’acqua con entrambe le mani, insieme ad uno schiavo con garze e bende: Valentinus ostentava una vistosa ferita al braccio destro e da grande animale da circo qual era se ne serviva per dare spettacolo
“Sangue! Sangue! Il mio sangue! - cominciò la recita rabbiosa, ponendo l’accento su quel ”mio” - Sanguisughe! Avete sempre sete di sangue! Volete saziarvi con questo?... Belve sanguinarie!... Con il mio sangue!... Brutte bestie feroci! – il pubblico andava in visibilio a quegli insulti - Belve feroci! Orsù! Avvicinatevi e guardate! Guardate il mio sangue…è liquido e rosso come il vostro, che avete cura di tenere ben custodito dentro le vostre vene... Che almeno questo spettacolo sia messo in scena anche per nostro utile e non solo per vostro piacere! Orsù!... Aprite le borse, se volete ammirarlo ed eccitarvi. Aprite le borse se volete assistere alla medicazione di Valentinus ed eccitarvi alla vista del suo sangue. Voi, che del vostro avete paura perfino di vederne spargere una sola goccia per la puntura di una spina... Donnicciole!”



“A chi dici donnicciole paurose?” insorse una stupenda Amazzone dal lettino attiguo, giovane, bellissima e dal corpo statuario che pareva scolpito in marmo brunito. Si chiamava Sabina. Era una Cacciatrice e anche lei doveva combattere nell’arena.
“Non a te, Sabina! Non a te! - conciliò Valentinus - Non a te che da sola vali non dieci romane, ma dieci romane con i loro amanti!... E voi, canaglie, - tornò al suo pubblico – guardate il mio sangue. Quello che andrete a gustare domani non vi basta? Volete assaggiarne già stasera!” continuava ad inveire e la gente continuava a sorridere agli insulti e stava al gioco.
Valentinus era audace e gli si perdonava  ogni cosa, anche gli insulti e l’arroganza. Trenta combattimenti e mai più di un graffio: la ferita che ostentava, forse, se l’era addirittura procurata volontariamente per meglio recitare   quella  tragicomico atellana.
Marco Valerio, Fabio e Cleonte giunsero al Ludus proprio  all’apice di quella grottesca commedia.
Trovarono Valentinus assediato da Marcia Rufo, bella, generosa, spregiudicata e non più in grado di soffocare la propria libidine.
La donna affondò la bocca su un cosciotto di agnello che il bel Valentinus teneva in mano e ne strappò un boccone; tenendolo stretto tra i denti aguzzi e voraci, lo tese al gladiatore.
Ridevano tutti. Anche Marco, suo malgrado, che si era avvicinato.
Valentinus addentò la succulenta preda e tese alla donna la coppa che reggeva nell’altra mano. Marcia tracannò e divenne del tutto indecente; il bel gladiatore, però, la respinse.
“Venere Tentatrice! Se cedessi alle tue lusinghe diventerei debole e pavido. E’ questo che vuoi, femmina lussuriosa?”
Marco Valerio, intanto,  si guardava intorno.
(continua)

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