MISERIE E SPLENDORI della ROMA IMPERIALE
Correva l’anno 882-883. il 68-69 dell’era cristiana: l’anno più lungo di tutta la storia dell’Antica Roma, che vide la cruenta fine di quattro imperatori.
Anno di violenze e congiure, la “Capitale del Mondo” fu campo di battaglie private e pubbliche; teatro di complotti ed intrighi: pretoriani e senatori, legionari e gladiatori, filosofi e letterati, schIavi e liberti, vestali e prostitute, maghi e fuorilegge.
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"SEPOLTA VIVA - LA VESTALE " - Marco il Tribuno
Le tenebre avevano quasi avvolto ogni cosa, complici di delitti e malefatte, quando la biga raggiunse la sua destinazione; l’Agger Sceler...

giovedì 31 marzo 2022
CORINTO
Corinto, la lussuosa e dissoluta capitale dell’Acaia, da sempre fregiata del nome di Lume di tutta la Grecia, riusciva ancora a brillare in qualche modo sulla costa. Un lume che, come disse Cicerone, era stato spento nel 146 a.C. dal feroce e spietato console Mummio, che degli abitanti risparmiò solo donne e ragazzi al fine di ridurli in schiavitù.
Fiorente nel commercio e nella navigazione, Corinto aveva creato la prima flotta greca; sue le prime triremi a solcare i mari. Giulio Cesare la fece ricostruire, ma molte cose dell’antico splendore erano ormai spente per sempre!
L’acropoli, nella parte alta della città, a quasi centocinquanta metri sul mare, che offriva sicurezza per i suoi fianchi scoscesi, era stata la sede del nucleo antico quando Corinto era anche sede del governo della Lega Achea. Qui, nella paleopoli, la città vecchia, sorgeva il palazzo che il console Giulio Galione, subito dopo la conquista romana, aveva scelto come residenza durante il suo mandato.
Un palazzo non grande, esteso su vari livelli, con terrazze e scale esterne e costruito contro la roccia viva. All’interno, numerose stanze si raccoglievano intorno a una grande sala riunione, una splendida Sala d’Armi affrescata con scene epiche e ornata con cimeli antichi. Vi si accedeva attraverso un portico, un atrio e un vestibolo.
Qui li ricevette il generale Tito, che, in viaggio per Roma, si era fermato per la sosta invernale ed era stato raggiunto dalla notizia della morte di Nerone.
TRACIA, principessa dei Traci e dei Geti
Fin da quando Lei e Milos erano stati condotti a Roma, ostaggi di guerra, il loro legame era diventato indissolubile. Erano cresciuti sotto l’ala protettiva di Kira che godeva di prestigio e che era sempre riuscita a tenere lontano da loro ogni preoccupazione.
Lei era diventata una ragazza che tutti trovavano graziosa e Milos si era trasformato in un ragazzo forte e atletico e un giorno, un ospite del loro patrono lo aveva notato. Si chiamava Crescens, quell’uomo erculeo ma gentile, dalla pronta risata e dalla vistosa cicatrice sulla guancia destra. Era un lanista. Uno che addestrava uomini, schiavi e non, per farne dei gladiatori. Lui stesso era stato gladiatore un giorno.
Milos a quell’epoca aveva sedici anni ma già possedeva quel dono di comunicabilità che lo rendeva trascinatore di entusiasmi e simpatie. Fu così che Balbo non seppe dirgli di no quando Milos chiese di non separarlo dalla sorella e dalla nutrice. Giunti a Roma, Milos era diventato uno dei più acclamati gladiatori delle arene…
mercoledì 30 marzo 2022
I BASSIFONDI DI ROMA - LA CLOACA MASSIMA
La geografia dei sette Colli di Roma, nati dalla eruzione degli antichi vulcani laziali, complessa e ondulata, nascondeva tra le pieghe delle colline e nel fondo delle valli coperte di edifici, anfratti e fossati. La grande città saliva e scendeva su un terreno che le convulsioni e i vulcani avevano sconvolto e mutato. La natura ricca e generosa aveva poi rivestito quel suolo con oliveti, vigneti, boschi di querce e cipressi e l’uomo l’aveva ornata con templi e palazzi. Sotto di sé, quella città unica al mondo, nascondeva un’altra città: strade, piazze, incroci e rigagnoli di melma fangosa e acque putride. Mentre in
superficie piogge e temporali, trasformavano i marciapiedi in acquitrini, là sotto era fango permanente.
C’era, poi, la selva di condotte, cisterne e tubi per la distribuzione dell’acqua potabile che alimentava terme, fontane, palazzi e case, una infinita rete di canali che conduceva in una sola grande fogna: la Cloaca Massima, che a sua volta si gettava nel Tevere, convogliando acque e immondizie.
Il “ventre ingordo” di Roma, la chiamava Lucilio. Diceva che quel “ventre” raccoglieva e flautolava nel Tevere tutta la ricchezza della città.
“Ogni singulto di quelle fogne è un rutto dell’Urbe grassa e sazia!” ripeteva tutte le volte che andava ad inciampare in qualche mucchietto di rifiuti dimenticato in un angolo di strada, non mancando di far notare i fetidi scoli melmosi sotto le cunette stradali.
Una rete fognaria di prim’ordine, ampliata e migliorata nei secoli con opere di canalizzazione, come nel punto in cui la cloaca entrava nella zona del Foro, dove era stato eretto un sacello a Venere Cloacina. Iniziava dalla Suburra, attraversava l’Argileto, il Foro, il Velabro e il Boario e si scaricava nel Tevere, nei pressi del Ponte Emilio.
Il gruppo si infilò in una delle tante condotte. Qui l’aria era un po’ più respirabile, l’ambiente ordinato. Segno di frequente manutenzione. L’acqua scorreva in un canale di pietra, largo più di tre metri, affiancato da due corridoi che congiungevano la volta a semicerchio; basse nicchie ne interrompevano qua e là il percorso.
Proseguirono in silenzio; i sandali battevano sulla selce producendo un rumore che l’eco trasportava dietro e lasciava alle spalle.
AQUILINUS
Era Aquilinus che, dal Velabro al Campo Marzio, dal Celio al Palatino, tutti conoscevano bene. Aquilinus: modello del rifugiato della cloaca, del frequentatore dei fornici, dei bassifondi della città. Aquilinus, sempre più pallido, sempre più alto dentro la nuova tunica laticlavia avuta o rubata a chissà chi. Un piccolo fantasma nascosto entro vesti per adulti. Quasi un gioco, quel nascondersi in una veste da grandi. Non una tunica praetexta per fanciulli, dismessa da qualche piccolo patrizio; non calzari infantili o piedi nudi come tutti gli altri piccoli miserabili vestiti dalla pietà della gente, ma caligae. Caligae militari ai piedi arrossati dal freddo; grosse come barche. Anche queste reperite in chissà quale modo. Quella piccola orgogliosa canaglia non si sarebbe mai fatto vestire dalla pietà di alcuno. Le cose, lui, preferiva prendersele.
MAYA
Maya era sicuramente una “brava figliola”, come diceva Lucilio, ma soprattutto era una ragazza innamorata. Innamorata del suo filosofo svagato e sognatore e per amor suo aveva accettato quella situazione.
Diciotto anni, il suo destino era quello, prevedibile e triste, di tante bambine nate in schiavitù. Era bellissima, cosa che aveva fatto di lei la più nota e desiderata delle prostitute di Roma. Prima di lei, anche sua madre, da cui Maya aveva eredità la travolgente bellezza, aveva conosciuto quel destino obbligato.
Un destino anche più misero, in verità! Priscilla era stata esposta alla nascita per volontà del padre che alla moglie partoriente aveva ingiunto di tenere il figlio solo se fosse stato maschio e di esporlo se femmina.
L’avevano raccolta ai piedi della Colonna Lattaria e allevata a spese dello Stato. Aveva dieci anni quando era comparsa per la prima volta in una sala d’asta per la compravendita di schiavi, insieme a una dozzina di fanciulle e fanciulli di bell’aspetto, destinati a servire nella casa di qualche ricco patrizio o ad esercitare in una Casa di Piacere. L’aveva comprata un mangone, mercante di schiavi, per conto della famiglia Crispinilla e in quella casa era cresciuta e vissuta per dar gioia
e piacere con il sorriso e il corpo giovane e ben fatto. Fino alla morte del padrone, quando si era vista affrancare per testamento. Ma anche dopo, Priscilla aveva continuato a fare quello che aveva sempre fatto: la prostibula e con la famiglia Crispinilla aveva mantenuto quel rapporto di obbligo e dipendenza previsto per legge.
Uguale destino per sua figlia, la piccola, bellissima Maja, che portava quel nome per essere nata nel mese di maggio. Chi era il padre della piccola? Priscilla non lo sapeva davvero. Forse un tribuno, forse un censore. Oppure un console amico di famiglia del padrone. Ma avrebbe potuto essere il padrone stesso: dettaglio, se corrispondente a verità, senza alcuna importanza.
Era bellissima. Questo sì, era un dettaglio importante. Lo era soprattutto per la padrona: Apollonia Crispinilla, madre di Calvia, che, come molte donne dell’alta società, non disdegnava il mercato della prostituzione, organizzando bordelli in cui collocarvi schiave e liberte di casa.
Maya era l’etera più bella di Roma e la più richiesta: per un sol giorno, un mese o anche un anno.
Non era facile, però, godere delle grazie di quella splendida creatura: il prezzo da corrispondere era piuttosto elevato. Permetteva a madre e figlia un certo tenore di vita e alla ingorda padrona un reddito sicuro. Se il vecchio Licinio era riuscito a strappare un contratto di un anno intero a favore di Lucilio, era stato solamente perchè all’epoca Calvia Crispinilla era amica e amante del tribuno Marco Valerio. Il contratto era scaduto da tempo e Lucilio era tornato libero; non Maja, però, che del suo filosofo s’era innamorata davvero e in cuor suo era pronta a tutto: sfidare la padrona e disubbidire a sua madre.
Un amore, il suo, completo, esclusivo ed assoluto. Non quello logorato dall’abuso dei sensi, ma alimentato dal sentimento. Lei, che non doveva possedere sentimenti, né appartenere a qualcuno, poiché era di tutti e di nessuno, aveva, invece, scelto di amare. Lei, che non poteva avere amici o innamorati, ma solo amanti, aveva scelto di amare, Lei, per cui gli uomini erano capaci di rovinarsi ma non per amore, bensì per maschio orgoglio, aveva scelto di amare. E, quando una creatura come lei ubbidisce al cuore, nessun’altra emozione umana può eguagliare quel sentimento.
lunedì 28 marzo 2022
" NERONE - INCIPIT vol.II
CAPITOLO I - Morte di Nerone
Era l’alba del 9 giugno del 68 d.C.
La sera precedente, Nerone era fuggito da palazzo, insieme a pochi fedelissimi.
Che cosa aveva fatto precipitare gli eventi?
L’uomo più potente dell’impero stava consumando l’ultimo pasto del giorno quando fu raggiunto dal clamore della rivolta. Intorno a lui c’era ancora il corteggio dei fedelissimi, quello sostenuto con gli avanzi dei suoi fasti faraonici.
“Vai, Faonte. Vai a sentire da dove proviene questo frastuono.” disse, ma il liberto non ebbe bisogno di lasciare il lettino su cui era sdraiato.
“E’ il popolo, Divino. - rispose addentando un cosciotto di lepre - E’ il popolo che manifesta malanimo contro Cesare.”
Nerone lo guardò stupito. Conosceva l’ostilità di senatori e patrizi contro la sua persona, ma che la ribellione potesse venire dalla plebe, a cui per quattordici anni aveva assicurato Panem et Circenses, non lo capiva davvero. Guardò il suo liberto quasi con astio.
A togliere Faonte dall’imbarazzo di una replica, provvide l’arrivo di un servo con una lettera che Nerone gli ordinò di leggere.
Questi, uno dei tanti giovani di bell’aspetto di cui Nerone amava circondarsi, cominciò la lettura: gli eserciti di tutto l’impero, c’era scritto, erano pronti o già in marcia su Roma. Perfino le fedelissime truppe vincitrici a Vesonzio si erano ribellate, manifestando il loro dissenso e offrendo la porpora imperiale al loro generale, Virginio Rufo, che l’aveva rifiutata.
Una collera furibonda colse Nerone. Balzato inpiedi, corse a strappare a viva forza la lettera dalle mani del servo, riducendola in tanti pezzettini che gettò in aria restando a guardarli cadere, poi con un calcio rovesciò la tavola intorno alla quale erano raccolti i lettini: cibi e bevande andarono a imbrattare vesti, parrucche e facce terrorizzate e stravolte.
“Che nessuno possa più bere qui dentro!” urlò, infine, scaraventando a terra i due meravigliosi calici omerici di cui era tanto geloso e restando a guardare quei capolavori dal mirabile intaglio ridursi in frantumi. Negli attimi che seguirono, la collera lo indusse a rivolgere quel furore incontrollato anche contro se stesso. Cominciò a pestare furiosamente i piedi per terra e ad accompagnare i gesti con grugniti e versi incomprensibili.
La faccia paonazza, le guancia tristemente cascanti agli angoli della bocca, Cesare sembrava improvvisamente invecchiato.
Passata la prima furia, i cortigiani ripresero a respirare; qualcuno tentò di blandirlo con la lusinga e la lode, così come avevano sempre fatto.
“Il popolo ama Cesare e.... “ cominciò Ninfidio Sabino.
“Non ne ho mai dubitato! Il popolo mi ha sempre amato e tributato elogi. Mi ha preferito a tutti gli altri artisti. - si compiacque Nerone – Non ricordate i Giochi di Troia al Circo Massimo…” parlava, parlava, Cesare. Di corsa, quasi senza interruzioni, poi con pause sempre più lunghe e frequenti. Parlava accompagnando le parole con una mimica che sottolineava un linguaggio sciolto, vivace. Usava o, più esattamente, utilizzava frasi o semplici vocaboli, li legava fra loro secondo il ritmo del discorso: giostrava con le parole come un consumato commediante.
“Il popolo ha sempre amato Nerone e Nerone è sempre stato grato al suo popolo... Panem et Circenses! - continuava l’appassionato monologo - Questo chiede il popolo e questo il popolo ha sempre avuto da Cesare. Perché il popolo dovrebbe adesso ribellarsi a Cesare... Una lettera! Scriverò una lettera al mio popolo... Andate ora. Andate tutti. Voglio restare solo per meditare.”
Rimasto da solo, Nerone si ritirò negli Horti Serviliani per prendere la più difficile decisione della sua vita: fuggire fra i Parti o presentarsi al popolo e dai Rostri nel Foro invocare perdono ed offrire donativi.
La prima soluzione gli appariva abbastanza allettante: i Parti erano suoi amici. Non sarebbe stato facile, però, raggiungere i Parti e così scartò quella soluzione, ma scartò anche la seconda, nel timore di non riuscire a raggiungere il Foro e di essere malmenato prima che potesse aprir bocca. Ignaro della piega che stavano prendendo gli eventi e senza riuscire a prendere decisione alcuna, rientrò nei suoi appartamenti, si spogliò, indossò la veste da notte e si infilò a letto.
"TITO FLAVIO" - INCIPIT
CAPITOLO I - Tito
Flavio
Raggiunto dalle ultime notizie provenienti da Roma, quella sera stessa a Corinto, il generale Tito convocava il Consiglio per valutare la situazione; ignari degli ultimi eventi, Fabio e Marco presero parte alla seduta.
Tito volle conoscere nella
loro interezza i fatti riguardanti la caduta di Galba e l’ascesa di Otone e il messaggero fu
prodigo di particolari. Riferì della morte di Galba, del suo corpo
ignominiosamente dilaniato e abbandonato alla profanazione e poi ricomposto
dalla pietà di uno schiavo fedele. Riferì dell’esecuzione del terzetto composto
da Icelo, Vinio e Lacone, a cui era seguita una giornata segnata da lutti
infiniti.
“Che cosa ne è stato di
Liciniano Pisone?” si informò subito Marco.
Il messaggero scosse il capo:
“E’ stata di certo la morte
per la quale Otone ha provato maggior soddisfazione. - rispose, poi aggiunse -
Nessuno poteva sottrarre il giovane Pisone alla sua sorte... neppure lo spazio
sacro del Tempio di Vesta in cui aveva cercato rifugio... L’unico riguardo che
quella gente esaltata ha avuto per la Signora del Focolare, è stato quello di
non insozzare di sangue l’interno del Tempio, così ha trascinato quel disgraziato sulla soglia,
prima di sgozzarlo.”
Tito ebbe un gesto di
disgusto.
“Personalmente non ho molta
fede negli Immortali, ma ritengo lo stesso un atto blasfemo profanare un luogo
che i più considerano sacro!”
“Alfano, un guardiano del
Tempio - spiegò il messaggero – aveva provato a nasconderlo nel suo alloggio,
ma i soldati lo hanno scovato e trascinato fuori per ordine espresso di Otone.”
“Conosco il guardiano del Tempio di Vesta. - disse Fabioall’orecchio di Marco - Fu lui ad aiutare Ottavia a lasciare il Santuario”
“La situazione - il
messaggero dirottò su di sè l’attenzione dei due amici - a Roma è molto incerta
e malsicura. La città sembra un palcoscenico su cui si sta recitando una brutta
tragedia con attori della peggiore specie: Otone, naturalmente e Vitellio, il
suo nuovo antagonista!”
“Sappiamo che i soldati della
Ventiduesima e della Quarta Legione hanno abbattuto le statue di Galba e
giurato fedeltà a Vitellio nel nome del Senato e del popolo di Roma. –
interloquì Marco Valerio- Sappiamo che alla rivolta in Germania Superiore hanno
aderito anche i Comandanti delle Legioni della Germania Inferiore e della
Britannia.”
“Per i soldati di Britannia e
Germania - precisò il generale Tito - l’inverno non rappresenta un ostacolo,
abituati come sono ai regimi gelidi di quelle regioni. Intendono invadere
l’Italia e occupare Roma. Chiedono solo il segnale di partenza.”
“Il segnale c’è già stato! -
informò il messaggero - Si dice che Fabio Valente abbia avuto un presagio
favorevole proprio il giorno in cui l’esercito si è mosso. Un’aquila, si dice,
mentre era in testa alla truppa, pare
abbia guidato la colonna per un lungo tratto, prima di levarsi in volo. I soldati hanno considerato questo fatto di buon
auspicio per il loro Cesare… E pare - continuò il messaggero - che Vitellio
ricusasse il titolo di Cesare e gradisse invece quello di Germanico!”
“Intendi metterti in viaggio
per Roma, generale? - domandò a questo punto re Agrippa - Perché questo è
quanto io ho deciso di fare!”
Tito non rispose subito; la
decisione non era delle più facili. Quando si formava un’opinione o prendeva
una decisione, nulla e nessuno riusciva poi a farlo desistere; se, invece,
accadeva che cambiasse idea, non lo
faceva mai senza prima ponderare i fatti.
"UNA PARTITA A DADI - Milos il Gladiatore"
presentiamo una divertente scenetta tratta da "LA DECIMA LEGIONE" ... " Una partita a dadi"
"SEPOLTA VIVA - LA VESTALE " - Marco il Tribuno
(continua)